di Lello Galati

Fonte: FNOMCeO (Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri)

Il reparto di terapia intensiva come la prima linea di un fronte di guerra; il camice bianco come una tuta mimetica; un nemico da sconfiggere; tensione; paura; un Paese con il fiato sospeso.

Da quando è partita l’emergenza Covid-19, gli operatori sanitari sono balzati agli onori della cronaca osannati e omaggiati come eroi. Sono gli stessi professionisti che fino a qualche mese fa venivano aggrediti da pazienti e parenti o denunciati per casi di malasanità.

Vengono costruiti in tempi rapidi tensostrutture e nuovi ospedali, si progetta il recupero e la ristrutturazione di quelli vecchi. Gli stessi ospedali che in era “pre-virus” venivano snobbati dalle istituzioni, saccheggiati e vandalizzati da bestie vestite da esseri umani. Ora gli “angeli in camice” sono paragonati ai soldati che combattono una guerra. A differenza di quest’ultimi, il nemico è invisibile. Il soldato scende in battaglia per difendere la patria e la sua popolazione, almeno questo era lo spirito originario.

Ora si scende in battaglia per difendere gli interessi economici degli Stati. Il medico affronta la corsia di un ospedale per provare a salvare vite umane, a prescindere dall’etnia, colore della pelle, ceto sociale e qualsiasi altra differenza che la società civile cerchi di mettere in evidenza. Lo fa seguendo il “Giuramento di Ippocrate”.

Sono 121 gli operatori sanitari caduti sul campo, più di 10.000 quelli contagiati e di conseguenza non arruolabili nella battaglia contro il Covid-19. A loro va reso l’onore delle armi. A loro va il ringraziamento di essere andati oltre le loro possibilità, di avere estratto il massimo considerando gli strumenti che avessero in mano. A loro va dato il merito di non essersi fatti trovare impreparati dall’urugano coronavirus che si è abbattuto in tutta la sua forza. A loro è stata restituita la dignità che nel nostro Paese nell’ultimo periodo era stata negata.

Il soldato, a fine battaglia, torna a casa e riceve il giusto merito. La medaglia sul petto per il servizio reso alla Nazione e la consapevolezza di sentirsi un uomo migliore. Finita l’emergenza Covid-19, il medico non riceverà onoreficenze, tornerà a lavorare in ospedale, indosserà il camice, timbrerà il cartellino e affronterà una normale giornata di lavoro provando a fare il suo meglio. Ciò che dovrebbe cambiare è la nostra considerazione nei loro confronti. Questa emergenza ha fatto emergere le eccellenze.

Gli ospedali fatiscenti dovrebbero tornare ad essere efficienti. Gli operatori del 118 invece di essere aggrediti, dovrebbero essere ringraziati per essere arrivati in nostro soccorso. I medici invece di essere schiaffeggiati dovrebbero essere rispettati, perchè quando saremo distesi su di un lettino loro saranno la nostra unica speranza…

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